“Milano lontano dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero“
Questa uno dei versi usati da Lucio Dalla, nel 1979, per descrivere Milano in una delle canzoni più famose di tutte dedicata alla città.
Un mistero che Milano, in maniera sicuramente diverse nella forma ma non nella sostanza, porta ancora avanti. Sul finire degli anni ’80 Milano era una città che stava crescendo, il polo economico del paese, quella delle grandi industrie ma anche di uno stile di vita più leggero dopo le violenze degli anni di piombo, la città che ride e si diverte, come diceva proprio Dalla.
Oggi, Milano è ancora così, forse il divertimento è diventato un po’ meno reale e più di facciata, almeno per chi non è cresciuto in città; le industrie sono diventate grandi multinazionali, che vengono a Milano per aprire i loro head quarters ed essere al centro di una realtà che è sicuramente frizzante, in crescita, con un numero di turisti in continuo aumento – poco meno di 9 milioni nel 2024, cifra record.
Milano è anche però la città che viene criticata per i prezzi senza logica delle case, per gli affitti di monolocali che valgono quanto quelli di attici in altre città, la città in cui ci si lamenta della sua pericolosità, di chi dice di non sentirsi al sicuro di sera, dove tutti vogliono andare a lavorare ma, una volta arrivati, non si vede l’ora di andarsene, alla ricerca ritmi più lenti, sguardi più sinceri, una parvenza di semplicità.
Una cosa però è certa: Milano sta vivendo da una decina d’anni una fase nuova della sua storia, quella in cui i cantieri hanno lasciato il posto a nuovi grattacieli che sanno molto di Big City, sono nate due nuove linee della metro in pochi anni, sono state modificate piazze e vie – non sempre in meglio, bisogna dire.
Milano è come in un frullatore da qualche anno, un frullatore di cui qualcuno ha schiacciato il via nel 2015, con l’Expo, dieci anni fa, e che toccherà il proprio momento di rotazione massima nel 2026, con le Olimpiadi, in condivisione nel nome ufficiale con Cortina, ma in generale con tutto il nord est.
Già le Olimpiadi.
C’è quasi la sensazione che le Olimpiadi siano ancora lontane anni luce, come se fossimo ancora nel 2019, quando il CIO assegnò le Olimpiadi invernali a Milano e Cortina. Eppure, le Olimpiadi sono il più grande evento sportivo del pianeta; eppure, tra un anno, esattamente il 6 febbraio 2026, verrà acceso il braciere olimpico che darà il via ai 25esimi giochi olimpici invernali, che poi fino al 22 febbraio 2026 faranno del nostro paese, tutto, il centro del mondo sportivo.
Eppure, quasi nessuno ne parla, quasi nessuno in città sembra essere interessato a cosa ci aspetta, è necessario fare “mente locale” per rendersi conto che tra solo un anno siamo nel 2026 e che Milano, Cortina, la Lombardia, il Veneto, lo sport italiano su più livelli vivranno il loro momento più importante da 20 anni a questa parte, ovvero dalle Olimpiadi di Torino del 2006.
Ma quindi, ste Olimpiadi, come saranno? Dove saranno le gare? Quali impianti e collocati dove? E soprattutto, a che punto sono i lavori, sono stati rispettati i costi? Sono davvero Olimpiadi sostenibili, come promesso tra i principali punti della candidatura?
Non siamo più a 4-5 anni di distanza, ormai i giochi sono quasi fatti, le scadenze stringono e i nodi vengono al pettine.
Insomma, a che punto siamo con le Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina a un anno dal via? Proviamo a vederlo insieme…
Come le Olimpiadi sono arrivate a Milano e Cortina
I Giochi invernali si sono disputati per la prima volta nel 1924, con quindi una trentina d’anni di ritardo rispetto a quelli estivi.
Dietro al loro creazione c’è, come sempre, lo zampino del Barone de Cubertin, il padre delle Olimpiadi estive, che per convincere il Comitato olimpico ad assegnare le Olimpiadi estive del 1924 alla sua città, Parigi, nel 1921 promise di organizzare, sempre in Francia, a Chamonix, anche una versione dedicata agli sport sulla neve e sul ghiaccio.
Non c’era allora grande interesse verso queste discipline, la cultura della neve in senso sportivo non era molto diffusa, ma De Cubertin come sempre la ebbe vinta, e quindi nel 1924 andarono in scena le prime Olimpiadi invernali: 16 paesi partecipanti, appena 5 discipline – Bob, Hockey, Pattinaggio, Pattinaggio artistico e Sci nordico – e 14 gare complessive. Un po’ poco certamente, ma era quello l’inizio delle Olimpiadi della neve, che si sarebbero poi disputate ogni 4 anni. Fino al 1992 si sono tenute negli stessi anni di quelle invernali, ma dal 1994 si procede sfalsati di due anni.
All’Italia i Giochi vennero assegnati una prima volta nel 1941 in vista dell’edizione del 1944 – la seda doveva essere quella di Cortina, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale portò a un inevitabile annullamento. I Giochi poi tornarono a Cortina nel 1956 e poi nuovamente in Italia nel 2006, con l’edizione di Torino.
Vent’anni dopo, eccoci nuovamente a Cortina con anche Milano, nella prima edizione di sempre diffusa, organizzata quindi su più territori e non in una sola località: Milano, Cortina, ma anche Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Anterserva e Tesero. 9 località, 3 regioni, con due provincie autonome. Un bel puzzle, in cui non è facile far incastrare i pezzi.
Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha più volte raccontato di come le radici di queste Olimpiadi risalgano altrove, a Roma, la città sulla quale per lungo tempo il nostro Comitato olimpico ha lavorato a una candidatura in vista dei giochi estivi del 2020 e del 2024.
Malagò ha detto più volte che, mentre il dossier era praticamente pronto, venne presa la decisione politica dall’allora sindaca di Roma Virginia Raggi di non appoggiare la candidatura. Niente da fare quindi, ma il Coni, sempre a detta di Malagò, aveva lavorato talmente bene che era un peccato buttare via tutto quel lavoro, che non è fatto solo di strutture e ideazione delle gare, ma anche di rapporti, accordi di potere, un silente ma costante lavoro di diplomazia: ecco allora la proposta di usare tutto quello che era stato fatto per orientarsi verso le Olimpiadi invernali, da fare a Milano, e sulle montagne alle sue spalle.
Milano fino ad allora aveva avuto ambizioni olimpiche solo una volta, nel 2000, ma non si era arrivati neanche a preparare realmente la candidatura. Al congresso del Cio di Losanna nel 2019 Milano-Cortina riuscì a battere l’unica concorrente, Stoccolma in Svezia, per 47 voti a 34 e quindi, eccoci qua, le Olimpiadi tornano in italia.
A quel punto, però bisognava realizzarli questi Giochi olimpici.
Le basi della candidatura
I due pilastri della candidatura italiana erano quelli della sostenibilità, economica e ambientale. Economica in termini di costi; ambientale in termini di impatto, sia sull’ecosistema sia di inquinamento per i tanti lavori.
L’idea era quella di sfruttare al massimo le strutture già presenti, riducendo così di molto i costi per costruirne di nuove. Budget iniziale in virtù delle previsioni: 1,5 miliardi di euro.
Fin da subito, però, qualche carta sul tavolo inizia a essere cambiata: con l’obiettivo di poter sfruttare le Olimpiadi per rilanciare il turismo e l’economia del territorio, già nel 2019 vengono inserite, nel contesto dei lavori olimpici, un sacco di progetti collaterali, non strettamente connessi ai Giochi, come strade e rotonde.
Viene creata la Fondazione Milano Cortina 2026, con il compito di organizzare i Giochi, e la società “Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 Spa” (Simico) per progettare e realizzare le opere infrastrutturali. Simico inizia ad applicare un concetto di sostenibilità legato esclusivamente all’organizzazione delle Olimpiadi, chiudendo entrambi gli occhi per quanto riguarda tutte le altre strutture.
Le Olimpiadi, come racconta il sito ufficiale di Milano Cortina 2026, spalmerà così i vari eventi: cerimonia di apertura allo stadio di San Siro a Milano. A Milano si terranno anche le gare di pattinaggio, tra velocità figura e short track, distribuite su tre impianti: il Forum di Assago, ribattezzato Milano Ice skating Arena; il Milano Ice Park, che sorge nella zona che fu di Expo; e poi la Milano Santa Giulia Ice Hockey Arena, che poi dopo i giochi si chiamerà Pala Italia, un nuovo impianto da 16mila posti che sorge nel quartiere di Santa Giulia.
A Bormio lo sci, anche quello di alpinismo, novità di questa edizione dei giochi; sci ovviamente anche a Livigno, nella versione acrobatica, oltre allo snowboard. Salto con gli e combinata nordica a Predazzo e Tesero, dove ci sarà anche lo sci di fondo. Infine ad Antherselva il biathlon e poi a Cortina quello che rimane: bob curling, slittino, skeleton e un po’ di sci. Si chiude il tutto all’arena di Verona con la cerimonia finale.
Ma quanto è stato rispettato il principio iniziale di mettere in piedi Olimpiadi sostenibili, in grado di sfruttare soprattutto le strutture già esistenti?
La situazione in termini di costi e sostenibilità
Sul piano ambientale è praticamente impossibile dirlo prima, sul piano economico si può intanto parte da un numero: 5 miliardi e 720 milioni di euro, ovvero la previsione di spesa per completare i lavori, decisamente maggiore rispetto al miliardo e mezzo iniziale.
Ora come ora inoltre è molto complesso comprendere quali nuove strutture e infrastrutture siano state costruire con e per le Olimpiadi, perché al pari di alcune evidenti, come impianti e palazzetti, c’è tutto un sottobosco di strade, lavori e cantieri la cui paternità rimane incerta.
Un documento molto utile, da cui prendo gran parte di questi dati, è stato realizzato come frutto del lavoro di una pluralità di comunità locali, associazioni, cittadine e cittadini e riassunto in un documento, che vi metto nella descrizione dell’episodio, che ha preso il nome di Open Olympics 2026, che, in linea assoluta, chiede una generale maggiore trasparenza. Nel documento possiamo leggere che il 47% della spesa per le nuove opere sono finita in Lombardia, dove è stato costruito il 52% delle opere totali, seguita poi, in entrambe le situazioni, dal Veneto, e poi successivamente dalle province autonome di Trento e Bolzano.
Nello specifico della Lombardia, sono state costruire 14 nuove opere sportive, e un’altra trentina, per un totale di 41, tra strade, ferrovie, aeroporti e linee elettriche. Solo nella regione di Milano, sono state spesi 1 miliardi e 931 milioni di euro. Molto diversi i numeri delle altre regioni: 13 nuove opere, di cui 5 sportive, in Veneto, 14, ma solo una sportiva, a Bolzano, 11, di cui 4 sportive, a Trento.
Leggendo il documento, che è molto ben curato, si evince come sia complesso comprendere chi ci sia dietro questi lavori, e in questa chiave possiamo anche leggere il monito lanciato dalla direzione investigativa antimafia, che ha parlato, già nell’ottobre del 2022, di un forte rischio di infiltrazioni ndranghetiste, con nuove espansioni soprattutto nella zona del Veneto.
Tra tutte le strutture, due sono diventate un po’ il simbolo di una gestione non proprio da manuale di queste olimpiadi: il Pala Italia a Milano e la pista da bob di Cortina.
Le due strutture più discusse
Partiamo da Milano e da quella che è la più grande opera pensata proprio per le olimpiadi, il palazzetto di Santa Giulia, che dopo i giochi prenderà il nome di Pala Italia. Si tratta di una struttura da 16mila posti, che doveva costare inizialmente 176 milioni, ma che come minimo richiederà almeno altri 70-90 milioni a causa dell’incremento dei costi della materie prime, dell’energia e dell’accelerazione resa obbligatoria per rispettare la scadenza olimpica, che vuole tutti gli impianti pronti già a dicembre 2025.
Il progetto è affidato a un privato, l’azienda tedesca Eventim, che però ha già fatto sapere al Comune di non aver intenzione di mettere di più di quello inizialmente preventivato, e ha chiesto proprio al Comune quei fondi, che a sua volta ha girato la richiesta al Governo.
Al Pala italia ci saranno le gare di hockey, e poi? Bella domanda, perché in teoria doveva diventare un’altra grande arena per lo sport milanese – 16mila posti sono tanti – peccato che il Coni stesso abbia classificato l’impianto non a norma per gli eventi sportivi, perché non rispetta dei criteri di visibilità necessari per ospitare sport come pallavolo e basket, per cui era invece stato pensato inizialmente.
Per le olimpiadi verrà concessa una deroga, e le gare quindi ci saranno, dopo probabilmente diventerà un luogo solo per i concerti. La questione rimane comunque molto aperta, attorno alla struttura verrà creato un parco e ci sarà un’ampia opera di riqualifica dell’area urbana – gentrification si dice – che cambierà il volto del quartiere nei prossimi anni.
E poi c’è la pista da Bob di Cortina.
La pista da bob di Cortina è li dal 1923, negli anni è stata più volta ricostruita e modifica, prima di venire abbandonata nel 2008. Quando però si costruiì la candidatura di Milano- Cortina, per dare senso alla presenza di Cortina venne tirata nuovamente fuori dal dimenticatoio la pista da bob, con l’idea di rimetterla a posto e di costruirci attorno un grande impianto, con tante nuove strutture e un parco.
Peccato però che in tutti questi anni di inattività sia stata mangiata dalla natura: il muschio è cresciuto sul cemento, la pioggia e il gelo l’hanno rovinata ovunque, in molti punti è rotta e ora, per chi abita nella zona, è un perfetto luogo dove farsi una passeggiata, ma per fare sport c’è ben poco da fare. Sorsero quindi fin da subito polemiche, ci si rese conto che i costi sarebbe stati ben superiori ai 61 milioni iniziali per giungere a quasi il doppio, e il tutto con pesanti conseguenza ambientali sull’ecosistema montano.
Il tutto poi per una pista che verrà utilizzata durante i giochi e poi praticamente mai più, considerando che in Italia a fare il bob e gli sport per cui serve una struttura del genere sono non più di una decina di persone. E poi c’è l’esempio, davanti agli occhi di tutti, della pista di Cesana, in Piemonte, costruita apposta per le Olimpiadi di Torino 2006, costata 110 milioni di euro e, anche questa, abbandonata dal 2011.
Ma senza quella pista Cortina non avrebbe praticamente niente dei Giochi olimpici che portano il suo nome, e la questione diventa quindi politica, qualcuno ha promesso delle cose e non può rimetterci la faccia, e quindi chissenfrega dei costi, chissenefrega della natura, la pista si fa.
Per risolvere, almeno in parte, la questione dei costi è stato annullato il progetto di un parco attorno alla pista, per risolvere la questione ambientale… niente, non importa, anzi son stati abbattuti un sacco di alberi sostituite da belle colate di cemento.
In mezzo a questo tram tram, dicevo, un sacco di proteste, soprattutto degli abitanti di Cortina, decisamente contrari alla pista, tanto che a un certo punto lo stesso Coni, per bocca di Malagò, aveva detto che il progetto era stato accantonato. Si era parlato della possibilità di spostare le gare all’estero, di resuscitare la pista di Cesana, addirittura di cancellare le gare di bob. Alla fine però la priorità di tutti è stata quella di non rimangiarsi la parola data e non fare la figura di diventare il primo paese che organizza un’Olimpiade a utilizzare strutture di altri paesi, e quindi al momento i lavori sono in corso, i primi collaudi sono previsti per il mese di marzo e la scadenza, molto preoccupante, rimane quella di dicembre 2025.
In ogni caso, la fondazione Milano Cortina ha già deciso che se qualcosa dovesse andare irrimediabilmente storto le gare si terranno sulla pista di Lake Placid (nello stato di New York) come luogo alternativo. Quindi un piano B esiste, e questo ci dice molto sull’effetivo umore di chi si sta occupando dei Giochi.


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