“Ora lo colpì con una combinazione veloce come quelle del primo round, ma con pugni più duri e più ravvicinati, tre destri potenti di fila, poi un sinistro e per un istante sul viso di Forme apparvero la consapevolezza di essere in pericolo e il bisogno di cercare l’ultima protezione possibile. 

Poi un proiettile delle dimensioni esatte di un guanto da boxe centrò in pieno la mente di Foreman, il miglior pugno di quelle nottata sorprendente, il pugno che Ali aveva tenuto in serba per tutta la sua carriera. Le braccia di Foreman volarono in fuori come se si preparasse a saltare da un aereo con il paracadute, e in quella posizione china cercò di dirigersi verso il centro del ring. Intanto aveva gli occhi fissi su Ali, senza rabbia, come se Ali fosse l’uomo che conosceva meglio al mondo, l’uomo che gli sarebbe stato accanto nel giorno della sua morte. Una vertigine affermò George Foreman e lo fece ruotare su se stesso. Ancora piegato in due, gli occhi non si staccavano da Muhammad Ali, cominciò a barcollare, a crollare, a cadere contro la sua volontà. La sua mente lo trattenere con un magnete rosso come il suo titolo, ma il suo corpo cercava il suolo. Andò giu come un maggiordomo sessantenne grande e grosso che ha appena udito una notizia tragica: sì, cadde per due lunghi secondi, il campione, un pezzo alla volta, e Ali girava con lui in uno stretto cerchio, le mani pronte a colpirlo ancora una volta, e non ce ne fu bisogno, non fece altro che scartarlo al tappeto”. 

Con questa meravigliosa prosa il giornalismo americano Norman Mailer, nel suo capolavoro di reportage giornalistico intitolato “The Fight (La sfida) descrive l’ultima sequenza di pugni con cui Muhammad Ali sconfigge, all’ottava ripresa, George Foreman, in quello che è passato alla storia come l’incontro di pugilato più famoso di sempre, il Rumbe in the jungle, la rissa nella giungla, il match che gli ha ridato il titolo di campione del mondo e l’ha reso, una volta per tutte, immortale, che gli ha assegnato, soprattutto, il titolo di sportivo più importante di tutto il ‘900. 

Tutto ciò avveniva il 30 ottobre del 1974, e questo vuol dire che sono passati 50 anni da un incontro semplicemente irripetibile, per mille ragioni, oggi. 

La boxe, come solo il tennis riesce in qualche modo a eguagliare, è uno sport che offre la possibilità agli atleti, agli uomini e alle donne, di scrivere la storia attraverso le proprie imprese sportive. Essendo uno sport individuale, tutto ricade sulle spalle del singolo atleta, che tramite ciò che riesce e decide di fare su nu ring, o su un campo da tennis, può diventare eterno, assumendo il titolo di campione senza tempo. 

Una volta, ancora più di oggi, la società era piena, intrinseca, inzuppata di politica,  la società stava cambiando non a suon di tweet e post sui social, ma attraverso manifestazioni, dichiarazioni, prese di posizione, delle persone comuni come delle star, fossero dello sport, del cinema o della musica. Un qualcosa a cui oggi, in una società così complessa come la nostra, non siamo più abituati: i guadagni milionari hanno portato queste figure a vivere in un mondo parallelo, non toccato da quello che succede alle persone comuni, con le quali si interfacciano soltanto per auto celebrarsi e chiedere altro amore. Ma negli anni ’70 era diverso, e nessuno è stato più diverso di Muhammad Ali nato Cassius Marcellus Clay junior. 

Di questo incontro, the fight, la sfida, si è scritto tantissimo: ci sono centinaia di libri, ci sono film, documentari, si possono recuperare grossi stralci anche su YouTube – e vi invito a farlo. Vi invito anche a leggere il libro da cui sono partito, The Fight di Norman Mailer, edito in Italia da Einaudi: un meraviglioso esempio di cosa dovrebbe essere la cronaca sportiva, una descrizione di quello che succede, precisa, cruda, in grado di permettere a chi legge di visualizzare quelle immagini. 

Ora non posso più nasconderlo: Muhammad Ali è il mio sportivo preferito di sempre, mi giocherei tutta la vita una fiche temporale per poterlo incontrare di persona. Quindi questo approfondimento, questo racconto, nasce da questo sentimento personale ma anche dalla volontà di sottolineare, con voi e per voi, cosa succedeva quando lo sport era già importantissimo, gli sportivi erano già ricchi e famosi, ma il mondo era completamente diverso, l’economia sportiva era ancora molto artigianale rispetto a oggi, e soprattutto per ribadire, ancora una volta, che un singolo evento sportivo non è mai limitato al suo andamento temporale, ma ha dentro di sé infinte storie che ci possono raccontare qualcosa anche di tutto quello che accadeva intorno mentre quell’evento nasceva, si sviluppava e poi finiva. E da questo punto di vista, niente ha avuto lo stesso impatto sullo sport, sui singoli individui, sul mondo e sull’opinione pubblica di questo incontro di boxe che si è verificato 50 anni fa. 

I 4 protagonisti della storia: Muhammad Ali

Partiamo dal conoscere i protagonisti di questa storia, che sono 4: due pugili, un promoter e un dittatore. 

Il primo pugile era nato il 17 gennaio del 1942 a Louisville, in Kentucky. Si chiamava come il padre, Cassius Marcellus Clay Junior. Si dice che si fosse avvicinato alla boxe perché da ragazzino gli avevano rubato la bici, e lui per questo era talmente arrabbiato da voler trovare il modo di difendersi. Cassius Clay, fin da piccolo, è stato un pugile particolare: forte, sicuramente, preciso e potante, senza dubbio, ma soprattutto agile e veloce, capace di incassare grosse quantità di colpi e muoversi rapido saltellando per tutto il ring. Pungi come un’ape, vola come una farfalla. 

Il mondo aveva scoperto la sua esistenza durante le Olimpiadi di Roma 1960, quando aveva stravinto la medaglia d’oro urlando, a tutto il pianeta, una delle sue frasi più famose: I shock up the world, ho scioccato il mondo. Durante tutti gli anni ’60 poi Cassius Clay si era affermato come il miglior pugile del mondo vincendo il titolo dei pesi massimo contro Sonny Liston. Insieme al successo sportivo, Cassius Clay si trasforma in un personaggio sociale, e come racconta la sua biografia più riuscita, quella di Jonathan Eig, lo fece quasi inconsciamente. Si avvicina alla causa dei neri d’America, che proprio in quegli anni, grazie a figure come Martin Luther King, rivendicavano i loro diritti sociali e una condizione di vita paritaria ai bianchi. Cassius Clay diventa amico di Malcom X e del suo maestro, Elija Muhammad, si converte all’Islam e cambia nome: Cassius Clay è il mio nome da schiavo, diceva, ora sono Muhammad Ali, che significa amato da dio, voglio che la gente mi chiami così. 

La cosa interessante, si scopre leggendo appunto la sua biografia, è che Ali fosse sì conscio della battaglia che aveva deciso di combattere e di cui era diventato il simbolo, ma tuttavia viveva una vita contraddittoria: spendeva un sacco di soldi, aveva mille amanti, leggeva poco e non partecipava a manifestazioni in supporto della causa dei neri, ma tuttavia, quando aveva tutte le telecamere del mondo addosso, era di loro che rivendicava i diritti e la libertà, era per loro che chiedeva maggior giustizia. Proprio per tutte queste ragioni, per il suo peso, era malvisto dal governo degli Stati Uniti, che trovò il modo, nonostante di solito questo non accadesse alle figure così di spicco e agli sportivi professionisti, di far apparire il suo nome tra quelli che doveva rispondere all’arruolamento nell’esercito e andare a combattere in Vietnam. Lui si rifiutò, formulando la famosissima frase: non ce l’ho con i Vietcong, non mi hanno fatto niente, mai nessuno di loro mi ha chiamato Negro. 

Il suo rifiuto lo rende, definitivamente, lo sportivo più importante e influente del mondo, uno che ha messo letteralmente a repentaglio la propria carriera per difendere i propri ideali e la causa di quella che lui chiamava la sua gente. Si prende 3 anni di squalifica dal 67 al 70. Quando torna a lottare, perde due volte un incontro per il titolo: dicono che sia lento, finito, ormai un ex pugile. Ed è proprio per smentire tutto questo, a 32 anni, che decide di sfidare George Foreman nel 1974. 

George Foreman

Affrontare George Foreman in quel momento era come decidere di fare una gara di palleggi con Leo messi, solo che al posto della palla ci sono due guantoni e i palleggi vengono fatti direttamente sulla tua testa. Foreman aveva nel 1974 25 anni, era nato nel 49 a Marshal, in Texas. A differenza di Ali, non aveva bisogno di essere veloce perché picchiava come un toro. Era enorme, 1 metro e 93 per 100 chili, ed era campione dei pesi massimi in carica. Foreman era il classico pugile di strada: una infanzia vissuta in povertà, praticamente senza genitori,  che lo aveva portato a diventare un elemento pericoloso, che viveva di criminalità e che amava picchiare. La boxe gli aveva concesso la possibilità di incanalare tutta quella rabbia in uno sport, e i suoi incontri, per la ferocia dei pugni che sapeva rilasciare, sapeva più di risse clandestine che di incontro professionisti. Anche lui medaglia d’oro alle olimpiadi, nel suo caso quelle di città del Messico 1968, diventa campione nel 73 battendo un altro grande rivale di Ali, Joe Frazier. A questo incontro arrivava da imbattuto, 40 successi consecutivi, ed era deciso a fare di quel che restava di Ali pugile una carcassa. 

Don King e il dittatore Mubutu

Ci sono poi le due figure che hanno reso possibile questo incontro. Il primo è Donald detto don King, una figura che anche se non avete mai visto, in qualche modo conoscete: avete presente il classico agente dei pugili nei film, quello con gli anelli d’oro, il sigaro, che pensa solo a guadagnare un sacco di soldi senza farsi troppi scrupoli. Be, sono tutti personaggi ispirati a lui perché lui era, o meglio è dato che è ancora vivo, esattamente così. Nato a Cleveland, ha vissuto la prima fase della sua vita da criminale: due volte in carcere per omicidio. Poi, casualmente, incontra un socio, uno che organizzava match di boxe, si mette in società con lui e nonostante non sapesse niente di questo sport, il suo modo di fare, la sua capacità di trattare con criminali e imprenditori alla pari, gli permette di farsi un nome. Nel 1974 annusa dentro il suo principale cliente, ovvero Muhammad Ali, una grande voglia di rivalsa e allora gli propone di tornare a combattere per provare a riprendersi il titolo di campione del mondo. Gli offre 5 milioni di dollari – circa 30 di oggi – in caso di vittoria e gli dice che Foreman ha già accettato, e quindi non può rifiutare la sfida. Non era vero, ma anche a Foreman aveva detto la stessa bugia, Ali aveva già accettato, non vorrai mica far pensare che hai paura. E quindi così aveva ottenuto l’ok dei due pugili. 

C’era però un altro problema: dove trovare quei soldi? Lui li aveva promessi, ma erano veramente troppi e, in quel momento, non sapeva proprio dove andarseli a prendere. La soluzione gli venne incontro da un personaggio che non c’entra niente con gli altri 3, ma è che diventato centrale. Si tratta del dittatore dello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, di nome Mobutu, che dal 1965 era al controllo del suo paese. Un uomo tanto ricco quanto violento, tra i dittatori di sempre che hanno speso più soldi pubblici per meri interessi personali, e che controllava il suo paese a suon di corruzione, nepotismo e morte. Quando era venuto a sapere che si stava ancora cercando una location per quell’incontro di pugilato, pensò subito che fosse l’occasione giusta per far parlare del suo paese in tutto il mondo, e quindi si propose di pagare lui le spese a patto che il match si svolgesse nella sua capitala Kinshasa. E quindi, tutto è fatto: ci sono i due pugili, c’è il luogo, ci sono i soldi. Manca solo lo spettacolo. 

Il Match

I due pugili vengono conviti ad andare a Kinshasa molto in anticipo per abituarsi al clima e soprattutto per generare sempre più interesse attorno a loro e sul loro match. Ali e Foreman si comportavano in maniera opposta: Ali non faceva altro, come sue abitudine, che provocare l’avversario, dicendo che in realtà non era forte come credeva, che era uno scimmione, che era brutto e sporco – diceva così davvero. Si fa vedere mentre corre per le strade attorno al suo hotel, aizza la folla dicendo che lui è lì per combattere in nome di tutti i neri del mondo contro la dittatura dei bianchi. Diventa il simbolo di una rivalsa, di un mondo finalmente dominato dai neri contro i binachi: Ali sente quei luoghi, quelle persone, come sue, dice che da lì sono partiti i suoi avi, è si un americano, ma la sua natura è quella di un africano. È quello il suo posto nel mondo. Tutti lo amano e quando lo vedono passare gli urlano: Ali Bumaye, Ali uccidilo. 

Al contrario Foreman, molto meno carismatico di Ali, non era interessato alla popolazione locale e a farsi amare da loro. Se ne stava in albergo, si allenava da solo, parlava con la stampa semplicemente per ribadire quanto fosse sicuro di vincere – d’altronde era mega favorito. Girava sempre con un grosso cane lupo che faceva pensare che avesse paura di quello che aveva attorno, una protezione nei confronti di un luogo a cui non si sentiva di appartenere. Oltre che sul ring, questo storico incontro stava decidendo le sue sorti già in quei giorni di lunga attesa. 

Il match doveva svolgersi a settembre, ma durante un allenamento Foreman si era tagliato il sopracciglio, e quindi tutto era stato posticipato di 6 settimane. Per timore che i due pugili poi si rifiutassero di tornare in Zaire, Mobutu li aveva obbligati a rimanere lì. Questo aveva fatto salire fino alle stelle l’ansia e l’attesa verso l’incontro: i due campioni erano ormai da mesi in Zaire, mesi in cui si allenavano e basta, si odiavano e lanciavano minacce a vicenda, era proprio come due leoni in gabbia. 

E così si arriva al 30 ottobre del 1974, il giorno dell’incontro. Il gong scatta quando a Kinshasa sono le 4 di mattina per favorire la diretta negli stati uniti e c’è un caldo infernale 40 gradi di temperature e oltre il 90% di umidità: in teoria doveva essere la stagione delle piogge, ma guarda caso erano in ritardo. Allo stadio di Kinshasa c’erano 60 milioni di persone, e si dice che invece davanti alla tv si arrivò al miliardo. 

L’incontro durò 8 round, e fondamentalmente si svolge secondo questo copione: Ali stava alle corde, chiuso in se stesso come un riccio, usandole per attutire i violenti colpi che Foreman gli inferiva. Norman Mailer descrive così: “è come una molla sulle corde. I pugni sembrano passargli attraverso, come se fosse una lamina flessibile costruita per assorbire colpi. Il suo spirito non è congestionato nelle articolazioni. Un modo di combattere che sta diventare persino un modo di vivere, ma per chi si trova nell’angolo di Ali è terribile da vedere”. 

Ali appena può continua a provocare Foreman, gli dice che alla fine non colpisce così forte, gli chiede se è tutto lì quello che sa fare, e intanto incassa, incassa. Si arriva all’8 ripresa con il pubblico sfinito, figurarsi i pugili. Ed è li che Ali viene fuori, Foreman ormai è stravolto, continua a colpire ma sono solo dei buffetti dice Mailer, e così Ali lo stende e lo manda ko. Vince l’incontro, è campione del mondo, e sfinito sviene sul ring. 

Non c’è mai stato, e mai ci sarà, niente del genere. 

Immortali

L’incontro fa i l giro del mondo, Ali è stato l’uomo che da totale sfavorito ha battuto il colosso Foreman, e l’ha fatto con la tecnica, con la strategia, portando nel mondo della boxe un nuovo modo di combattere. 

Ali diventa immortale, quel giorno e quell’incontro lo sanciscono come una delle personalità più importanti del mondo, ben oltre i confini dello sport. L’anno dopo sarà protagonista di un altro match epico, contro Frazier per la terza volta, nelle Filippine, il Trilla in Manila, e vince ancora. Vince però tra mile virgolette, perché nonostante il suo successo lui, come l’avversario, esce totalmente macellato, è un match di una violenza spaventosa che lo segnerà per sempre. Successivamente infatti inizia il suo declino, perde gli ultimi incontri e nel 1981 gli viene diagnosticato il Parkinson. L’ultima immagine che concede si se stesso al mondo è alle Olimpiadi del 1996 ad Atlanta, dove lo si vede, tremante, malato ma commoventemente fiero e orgoglioso tenere in mano la torcia olimpica e accendere il braciere che dà il via ai giochi. Ali muore nel 2016, ponendo termine a una delle esistenze più incredibili e piene che ci siano mai state su questa terra. 

Foreman dopo quella inattesa e clamorosa sconfitta cadde in depressione, da cui uscì anche grazie a una nuova vita religiosa. Ottenne nuovamente il titolo, si ritirò una prima volta negli anni ’89 per tornare, a sorpresa, nuovamente sul ring negli anni ’90, vincendo il titolo nel 95 e mantenendolo poi fino al 97. Oggi è ancora vivo, ha 75 anni, è un ricco imprenditore e alla morte di Ali lo ha definito il più grande di tutti i tempi. 

Anche Don King è ancora tra noi ed ancora una delle figure più importanti della boxe mondiale. Dopo ali ha avuto nella sua scuderia anche Mike Tyson, oltre ad altri grandi nomi come Holyfield e Chavez. Mobutu invece ha mantenuto il potere fino al 1997, quando un colpo di stato lo ha obbligato a scappare in Marocco, dove è morto per un tumore mentre il suo paese sprofondava in terribili crisi economiche, sociali e politiche. 

Personaggi, ognuno a modo suo, chi nel bene e chi nel male, unici, che hanno reso possibile un incontro di cui ancora oggi, 50 anni dopo, il mondo parla e celebrare come il più grande match di pugilato di sempre. 

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