Come il principale campionato di Basket europeo sta provando a cambiare per diventare sempre più importante
Il rapporto tra gli sport americani e quelli europei è determinato da una sorta di tacito accordo di non concorrenza.
Il calcio è roba europea, non si discute, tanto che gli Americani, per interi decenni, lo hanno considerato uno sport al femminile, e solo di recente, negli ultimi 10/15 anni, hanno puntato anche su quello maschile; qui da noi, invece, abbiamo assistito alla crescita del calcio femminile.
E tutto questo anche perché per loro quando si parla di football si intende lo sport con la palla ovale, quello del Superbowl, della NFL e di tutto quel mondo lì che da noi esiste soltanto in forma di osservatori – la cultura europea del Football americano è ancora molto ridotta per quanto forte e fedele – perché da noi lo sport con la palla ovale è il rugby, che invece in America praticamente non esiste.
E poi ancora: da loro c’è il baseball che per noi esiste soltanto nei loro film – anche qui, gli appassionati ci sono, la nazionale italiana tra l’altra è anche in crescita, ma restiamo comunque nella nicchia degli sport di nicchia.
Rimangono allora due sport tra quelli di un certo spessore e con un considerevole circuito mediatico attorno; l’hockey e il basket. L’hockey (puntata di Linee numero 72) da noi in Italia – come anche in paesi come la Russia, Repubblica Ceca, Austria e quelli scandinavi – ha grandissima tradizione, ma non esiste una competizione che possa essere paragonata in termini economici, di pubblico e di competizione sportiva alla NHL americana.
Fino a qualche tempo fa, lo stesso discorso si poteva fare anche per il basket, che da almeno 40 anni è totalmente in mano, sia a livello pratico quanto a livello di immaginario collettivo, alla NBA, la National Basket Association, il campionato più bello, più seguito, più importante e più avvincente che esista al mondo – quando parliamo di basket, ma non solo.
Però, appunto, fino a qualche tempo fa, perché ora le cose stanno cambiando, anche se sussiste ancora un evidente e netto delta in favore del basket USA. E tutto questo sta accadendo perché la cosa più simile a una “NBA europea”, che si chiama Eurolega, sta crescendo sempre di più e lo sta facendo con un preciso intento, che è quello di mettere anche l’Europa sulla cartina del basket mondiale, e di farlo non solo con un ruolo di logica sudditanza e subordinazione nei confronti della NBA.
Lo sta facendo provando, pian piano, a ridurre il peso dei campionati nazionali, aumentando i ricavi e quindi i budget delle squadre, allargando i propri confini anche fuori dal vecchio continente, insomma, cercando, con decisione, di diventare un torneo che possa guardare in faccia la NBA e dire: “So anche io il fatto mio”.
Chi segue il basket da anni e con grande passione potrebbe obbiettare che l’Eurolega ha una sua grande dignità tecnica e narrativa ormai da anni – ed è corretto – ma quando si parla di crescita e di espansione di uno sport, non ci si riferisce a chi quello sport, o in questo caso quella competizione, la segue già, ma chi prima non la conosceva e adesso invece si sta rendendo conto che esiste. Uno sport cresce quando raggiunge mercati, che poi sarebbero delle persone, nuovi, con un nuovo ruolo e un rinnovato appeal. Proprio come sta provando a fare l’Eurolega.
L’idea di una competizione continentale europea di basket risale agli anni ’50 e si è sviluppata praticamente in contemporanea con la Coppa Campioni del calcio. Per i primi 40 anni il torneo è stato dominato dalle squadre spagnole, da quelle sovietiche e anche italiane. Società che hanno scritto la storia del nostro basket come l’Olimpia Milano (3 titoli), la Pallacanestro Varese (5), Cantù, Bologna e Roma. Nel corso degli anni ha cambiato molte volte formato e nome, è stata spesso al centro di uno scontro tra la FIBA, la federazione internazionale di basket, e la società nata proprio per gestire l’Eurolega moderna, che si chiama ECA (acronimo di Euroleague Economic Asset) e da 2009 ha trovato una sua forma abbastanza definitiva, che è poi quella attuale.
Oggi l’Eurolega è un torneo che viene definito “semi chiuso”, perché ha un sistema di licenze e inviti misto tra chi fa parte del torneo e chi ha la possibilità di qualificarsi. Ne fanno parte attualmente 18 squadre: tra queste, 12 hanno la cosiddetta licenza A, che le permette di partecipare sempre al torneo con un licenza pluriennale, almeno fino al 2040. Queste sono le squadre più importanti d’Europa, e per l’Italia l’unica rappresentanza è quella dell’Olimpia Milano. Ci sono poi altri 6 posti che si possono ottenere attraverso i risultati nel proprio campionato o nella competizione inferiore a livello europeo che si chiama Euro Cup. La Virtus Bologna per l’Italia fa parte delle squadre che hanno un licenza di tipo biennale, una Wild Card si chiama, che può essere rinnovata o meno a seconda della stabilità economica e sportiva della squadra. Quindi l’Eurolega, riassumendo, è composta da una serie di squadre che sono sempre quelle e che costituiscono, anche in termini proprio di gestione e costruzione del torneo, la sua parte fondamentale, con altri club che possono girare a seconda di quello che succede su più fronti.
Il cambio di passo dell’Eurolega
L’Eurolega, quindi, è quello che qualcuno aveva proposto per il calcio con la tanto chiacchierata Super Lega: un torneo dove le squadre più forti ci siano senza se e senza ma, perché sono loro i contesti da cui proviene la maggior parte del pubblico e quindi dei ricavi.
Questo è stato per anni il principale punto di contatto tra l’Eurolega e la NBA, dove non esistono promozioni o retrocessioni e le squadre sono fisse. Questo sistema, dopo anni di costruzione, sta iniziando a portare i suoi frutti, perché il livello tecnico e agonistico del torneo si sta alzando sempre di più, permettendo di avere molte squadre forti che rendono l’Eurolea avvincente. Un processo di crescita che sta toccando, nella stagione che è appena iniziata, il suo apice.
Questo è quello che ha raccontato Daniele Fantini giornalista di Eurosport e grande esperto delle questioni cestistiche europee e italiane, nella puntata numero 93 di Linee Podcast.
Fantini: “Credo che quest’anno il livello sia parte veramente alto, sia più alto rispetto all’anno scorso in cui si è raggiunto uno standard molto buono. Col passare degli anni si tende sempre migliorare, si tende sempre ad alzare l’asticella e la impressione è che quest’anni i roster siano più competitivi, più profondi rispetto a quello che erano già l’anno scorso. Per cui, secondo me ci aspetta un torneo molto bello da vedere molto avvincente con grande equilibrio, specialmente nella parte medio alta e medio basa della classifica. Magari sono con le due o tre squadre che sicuramente arriveranno in fondo; ci sono tre quattro squadre che forse sono un gradino più sopra ma la stagione è talmente lunga e possono capitar tante cose tra chimiche, infortuni eccetera che comunque gli equilibri sono veramente sottili”.
Le squadre più avanti delle altre sono sicuramente le due greche, l’Olimpiakos e il Panathinaikos, poi c’è il Fenerbahce da Istanbul e il Real Madrid, che è una super potenza anche nel basket e non solo nel calcio.
Ma perché Daniele arriva a dire che proprio quella di quest’anno sarà un’Eurolga avvincente e di alto livello ?
C’entra un primo elemento fondamentale che riguarda l’ambizione dell’Eurolega, che vuole crescere sempre di più, diventare sempre più importante anche a discapito dei singoli campionati nazionali, che proprio come qualcuno minacciava sarebbe successo nel caso, stanno sempre di più diventando tornei minori – un piano B – per le 18 squadre che fanno parte del magico mondo Eurolega.
Fantini: “Me lo fa pensare il fatto che nonostante le partite siano tante, nonostante siano comunque ravvicinate e nonostante ormai sia diventato un campionato che va di pari passo con quello nazionale, l’impegno delle squadre che partecipano all’Eurolega è in gran parte focalizzato sulla coppa. Io sono dell’idea che continuare a avere questo modello col doppio campionato sia poco futuristico. Contando anche che l’Eurolega andrà a aumentare il parco squadre, che probabilmente farà anche due Conference, entro due o tre anni si arriverà una situazione in cui i campionati nazionali verranno per forza tralasciati. Non so se giocheranno squadre B o se verranno proprio abbandonati, ma io vedo che i giocatori che vanno a giocare nelle squadre di Eurolega ci vanno per la coppa, non per i campionati nazionali. Quel tipo di basket è molto diverso per livello tattico, per livello fisico, qualità generale dei rost, rispetto a quelli nazionali, insomma c’è un’abisso tra la coppa e i campionati. La direzione di squadre, società e investimenti va verso questo tipo di basket”.
Il rapporto tra Eurolega e i vari campionati nazionali
Qualunque appassionato di basket, d’altronde, dovendo consigliare a un neofita di questo sport una partita da andare a vedere, consiglierebbe di scegliere una di Eurolega, e non di Serie A. Quindi, lo scenario che si sta sviluppando nel basket europeo e che fa parlare di una sfida all’NBA è il seguente: l’Eurolega non vuole più essere semplicemente una competizione in più rispetto ai singoli campionati nazionali, ma vuole diventare La Competizione principale per le squadre prescelte.
Vuole fare in modo che le squadre si concentrino unicamente sull’Eurolega poiché questo permette di avere un livello più alto, di avere un’attenzione mediatica maggiore, e così, anche alla luce del prossimo allargamento delle squadre, che diventeranno 20 ma che poi sicuramente aumenteranno ancora in futuro, di avere un totale posizione di dominio sul basket europeo, senza la, seppur scarsa, concorrenza dei campionati nazionali.
Eppure, siamo in europea e non in America, l’idea di continente ha come punto di partenza sempre quella nazionale, e quindi questo passaggio richiede delicatezza per evitare di andare incontro a scossoni e rivolte di politica sportiva. Perché, ad esempio, se la Serie A di basket italiana, che già non naviga nell’oro, dovesse perdere Milano e Bologna, cosa potrebbe accedere? Ad esempio l’’interesse mediatico potrebbe sprofondare e quindi, per quanto certamente darebbe a società più piccole la possibilità di vincere il campionato e quindi di ritagliarsi una posizione di maggiore rilievo, più di qualcuno non sarebbe contento.
L’Eurolega però vuole arrivare a questo punto; ha compreso che questa è la strada per portare il basket europeo su un altro livello, e così poter concretamente pensare di diventare una competitor per la NBA. Un lavoro che procede silenziosamente, senza slogan in questa direzione, ma con fatti e iniziative ben precise.
Fantini: “Non può dirlo apertamente però secondo me è sta andando in quella direzione mettendo sempre più partite, sempre più squadre, aggiugendo il play-in, Il calendario di coppa è più lungo di quello del campionato e questo dice che, già ora, è più importante. Inoltre Eurolega sta iniziando ad esplorare mercati che, per pure ragioni sportive, non avrebbe diritto di essere a questo livello. Parigi che quest’anno entrato grazie al fatto che Eurolega ha spinto la squadra a giocare le coppe, ad attrezzarsi in modo da poter la vincere, da poter salire di livello; e stesso discorso che ha provato a fare con Londra, anche se con esito diverso. E poi bisogna guardare a quello che succederà a Dubai: questo vuol dire andare oltre i confini per andare a cercare altri mercati ricchi che possono portare soldi, possono portare ancora di curiosità all’ambiente intero.Dubai d’altronde non c’etra nulla a livello storico, geografico e sportivo, però è un obiettivo che Eurolega si è imposta: fare una squadra lì, è stata costruita, sta giocando adesso la Lega Adriatica, l’anno prossimo fra l’Euro Cup e poi entro due o tre l’Eurolega”.
Andare all’estero, portare le proprie partite in altri paesi e provare a coinvolgere altre realtà è un vecchio trucco che hanno inventato gli americani. E Dubai è il più grande mercato sul quale l’Eurolega può provare a mettere le mani per diventare una competizione non solo continentale, ma qualcosa di ancora maggiore.
La “rivalità” con la NBA e il nuovo Salary cap
E quindi allora iniziamo ad analizzare questa “rivalità” tra NBA e Eurolega: una rivalità che ovviamente adesso è tutta a vantaggio degli Americani, ma nulla è immutabile nella vita,, figuriamoci nello sport, che ragiona su lassi temporali più brevi.
Proprio guardando a cosa succede in NBA, l’Eurolega ha deciso di apportare una grande novità nel suo regolamento che dovrebbe avere, come fine ultimo, quello di avvicinare il livello delle squadre così da avere un campionato dove, potenzialmente, ogni anno ci siano diverse squadre che possano covare serie e concrete ambizioni di vittoria, e rendere così il torneo più avvincente e interessante. La NBA questo lo ottiene attraverso un rigoroso equilibrio economico che passa soprattutto da quanto ogni singola squadra può spendere per costruire la propria rosa giocatori e dai loro stipendi.
Lo sport americano, non solo il basket, è regolato dal famoso SalarY cap, i tetti salariali che impediscono alle franchigie di fare quello che vogliono. Ora l’Eurolega ha deciso di fare la stessa, anche se con una formula, al momento, non proprio semplicissima da comprendere. Il Salary cap versione Eurolega imporrà alle squadre di spendere almeno il 32% dei propri introiti nella costruzione della squadra, così da evitare che ci sia chi voglia speculare. C’è poi la possibilità, volendo e accettando di pagare una multa a fine stagione, di far salire questa cifra fino al 40% se non addirittura al 60%. Con però – ed è qui che ci sono molte critiche – tante eccezioni: da queste cifre si potrà escludere lo stipendio dei due giocatori più pagati, oltre agli Under 23, e con ulteriori vantaggi per chi è in squadra da un tot di anni o ha uno stipendio di valore medio, quindi attorno ai 600mila euro. Una formula abbastanza complessa da seguire che quindi potrà essere giudicato solo sul lungo periodo.
Concentriamoci però sul valore simbolico di questa scelta: che è quello di lanciare una sfida alla NBA e provare a diventare non una sua competizione satellite, ma una vera e propria alternativa, così che possa essere riconosciuto da tutti e in tutto il mondo come uno dei templi del basket globale e rendere questi due campionati sempre più alternativi.
Fantini: “Io credo che questa divisione ci sia sempre stata, ma i questi ultimi anni si sta più radicalizzando. Ti faccio un esempio concreto per capire meglio: 20 anni fa, quando nasce l’Eurolega moderna, l’NBA è il campionato per eccellenza anche a livello tecnico e tattico; si giocava in un certo modo, aveva delle somiglianze maggiori al basket di oggi, più legato allo spettacolo. Oggi la spaccature invece mi sembra molto più ampia, in Eurolega si vede giocare il basket per gli appassionati di tecnica e di tattica, oltre che di intensità e difese. La NBA sta tendendo sempre più a privilegiare l’aspetto di entertainment e ludico, favorendo la parte offensiva del gioco. Dall’altra parte invece si va più a guardare un gioco più generale, quindi sta poi all’utente scegliere il pacchetto che preferisce. Tendenzialmente un grande appassionato di NBA non è un grande appassionato di Eurolega e viceversa, perché sono talmente diversi ormai i due giochi, le due pallacanestro sono talmente diverse anche a livello di regole. Questo è il motivo perché tanti giocatori vanno in NBA e fanno fatica, così come tanti Americani vengono di qua e fanno ugualmente fatica, perché sono due ambienti che ora si stanno parlando veramente poco”.
Non c’è dubbio che ogni bambino in ogni angolo del pianeta che ami il basket e abbia un minimo di talento sogni di andare a giocare in NBA. È il campionato con il maggior fascino a livello mediatico e di popolarità, dove gli stipendi sono più alti, dove le strutture e tutto l’universo basket è più scintillante e ammaliante. Questo ha spesso portare molti giocatori, anche giovanissimi, a fare subito il salto oltre oceano non appena se ne presentasse l’occasione; ma questo può essere un boomerang, perché sono due contesti sportivi molto differenti.
Una volta in NBA poi la competizione è altissima, se non si riesce a ritagliarsi il proprio spazio, a diventare un giocatore ben definito, si rischia di essere catalogati come “Fringe Players”, giocatori di rotazione, delle riserve, quelli che vengono scambiati e infine tagliati, e allora come unica soluzione rimane quella di tornare in Europa nel giro di 2/3 anni, con la necessità inoltre di doversi tarare nuovamente sul basket europeo.
Fantini: “In NBA devi essere bravo: o sei la super star, oppure devi essere fortunato e arrivare nel tempo e nel momento giusto per essere un “role player”. Se riesci a inserirti in quella nicchia da role player, puoi andare avanti anche dieci anni. Se non hai tutte queste fortune che ricordiamo sono fortune che devono mettersi tutte insieme allo stesso modo, non è certo facile. Allora puoi inizi a girare, e quando inizi a girare tanto, poi inizi a essere tagliato di qua di là e fai fatica a costruire in una tua carriera in NBA. Molti giocatori americani se portati di qua non è che fanno necessariamente sfracelli: devi sempre trovare il contesto giusto”.
Concludiamo con una riflessione: viviamo, in molti ambiti – non solo quelli sportivi – in un’epoca di spaccatura, un momento in cui equilibri che hanno retto interi decenni ora sono meno solidi, lo vediamo anche per quanto riguarda la coscienza e la sensibilità sociale, le questioni economiche come quelle politiche e di genere. E nello sport vediamo le stesse dinamiche e dobbiamo iniziare a considerare che potremmo assistere a una rivoluzione anche nel basket, che in futuro potrebbe essere non solo il giardino di casa della NBA ma anche dell’Eurolega, la quale, se riuscisse nel suo intento, diventerebbe un grande esempio positivo per tutte le leghe sportive in giro per il mondo.
I tempi stanno cambiando; la NBA è avvisata mentre l’Europa ci spera. A noi non resta che osservare quello che succede magari con accortezza, spirito critico e conoscenza.
Magari, ascoltando e leggendo lo sport come viene raccontato da Linee Podcast!


Lascia un commento