All’inizio di settembre del 2024 il tribunale di sorveglianza di Milano ha deciso che Renato Vallanzasca, dopo 52 anni di prigione e una condanna a 4 ergastoli, avrebbe potuto lasciare il carcere per trasferirsi in una struttura specializzata nell’assistenza delle persone affette da Alzheimer e demenza. 

Vallanzasca oggi ha 74 anni, è stato in prigione per più di mezzo secolo ma tuttavia è ancora lui colui che incarna a pieno il volto della “Milano Criminale”, quella che è passata alla storia come “La Mala” e che caratterizzava le attività illegali della città negli anni ’60. 

In realtà, in una maniera molto meno spettacolare ma molto più efficace, da interi decenni quello che era il ruolo di Vallanzasca è stato preso da diverse organizzazioni criminali e mafiose, che su più livello e con diverse capacità operative controllano le attività criminali a Milano, avendo in mano settori molto redditizi della città, come l’edilizia, i locali, i ristoranti fino allo spaccio; insomma, gli stessi ambiti che interessavano anche a Vallanzasca in passato. 

C’è però un grande settore economico che fa molta gola alle organizzazioni criminali di oggi e che invece non rappresentava niente per Vallanzasca e i suoi negli anni ’60: quel settore, quell’universo di fonti di guadagno, che orbitano dentro, fuori e attorno a uno dei simboli della città, probabilmente il suo monumento più importante e riconoscibile: lo Stadio Giuseppe Meazza in San Siro. 

Per Vallanzasca quello era il luogo dove giocava la squadra per cui pare facesse il tifo, il Milan, ma per le organizzazioni criminali attive oggi la scala del calcio, il soprannome di San Siro, è un terreno fertile e libero nel quale poter agire praticamente indisturbate, controllando tutte le sue attività economiche con tale potenza e violenza da arrivare addirittura a parlare direttamente con le due squadre, Inter e Milan, società che valgono un miliardo di dollari, che hanno tifosi e sponsor in tutto il mondo, ma che tuttavia hanno tra i propri interlocutori, in materia di affari che riguardano lo stadio, anche pregiudicati e criminali. 

Non è una novità; non è neanche un qualcosa che riguarda soltanto Inter e Milan – è un sistema che sta in piedi da 40 anni e che riguarda, probabilmente e con pochissime eccezioni, tutte le squadre italiane, dalle più piccole alle più importanti – ma che ora ha assunto connotati un po’ più evidenti grazie a un’indagine, portata avanti dalla Questura di Milano e rinominata “Doppia Curva”, perché riguarda sia l’Inter sia il Milan, la quale ha portato a molti arresti e alla delineazione di un sistema in cui gli Ultras di erano riusciti a instaurare un clima di terrore che permetteva loro, tra le altre cose, di controllare la vendita irregolare di biglietti, quella delle bevande e del merchandising delle squadre, oltre alla gestione abusiva dei parcheggi dello stadio di San Siro.

L’indagine “Doppia Curva” può avere pesanti risvolti non soltanto sulle dinamiche interne alle curve di Inter e Milan, ma anche sulle due società e in generale su tutte quelle decine di migliaia di persone che ogni week end si recano a San Siro per vedere l’Inter o il Milan. 

Per capire cosa è successo, sta succedendo e succederà ho intervistato il giornalista Cesare Giuzzi, che sulle pagine del Corriere della Sera da tempo racconta queste vicende e ha quindi una piena conoscenza dei fatti. 

E allora, proprio dai fatti partiamo. E iniziamo da una data, lunedì 30 settembre 2024.

Giuzzi: “Allora, lunedì 30 settembre ci sono stati 19 arresti della direzione Distrettuale Antimafia che hanno portato in carcere i vertici delle curve di inter Milan; questo è il dato fondamentale. Quello che è emerso dalle indagini è un contesto abbastanza comune di infiltrazione o meglio di azione della criminalità all’interno delle due curve di Inter e Milan. Sul lato interista c’è anche una contestazione di associazione per delinquere, con anche la gravante mafiosa per il fatto di aver agevolato la mafia, l’Ndrangheta in particolare; dal lato Milan invece ci sono una serie di episodi, anche particolarmente violenti, e che comunque appaiono molto simili sullo sfondo, come la gestione dei parcheggi di San Siro o dei biglietti, ma in generale delle forme estorsive portate avanti dai rappresentanti delle curve. Ci sono delle telefonate, delle conversazioni direttamente con alcuni dirigenti e tesserati di Inter e Milan nelle quali vengono fatte delle pressioni per ottenere più biglietti a favore della curva, che poi li rivendeva a prezzi maggiorati.

La criminalità Ultras

Chiunque abbia frequentato uno stadio di calcio in Italia non rimarrà così stupito nello scoprire che gli Ultras non siano in realtà semplici persone che amano così tanto la loro squadra da dedicare ad essa tutto il proprio tempo e le proprio risorse, ma che abbiano in realtà degli interessi, di vario genere, nel loro essere ultras.

Proprio però perché non serve essere un esperto criminologo per immaginare che questo genere di economie possano interessare anche alla criminalità organizzata, le indagini sulle curve di Inter e Milan sono iniziate ben 6 anni fa, e in questo periodo hanno avuto al loro interno diversi filoni, fatti di aggressioni a steward e ambulanti, violenza negli stadi verso altri ultras e rapporti con altri gruppi criminali. 

Le indagini hanno riguardato fin da subito esponenti ultras sia del Milan sia dell’Inter, ma è stata una vicenda interna alla Curva Nord interista quella che ha permesso agli inquirenti di fare un passo decisivo e procedere agli arresti. Una vicenda che assume le sembianze quasi della serie tv romanzo criminale ma in versione sportiva, e che riguarda coloro che comandavano la Curva Nord e i cui nomi dovete tenere a mente: Andrea Beretta, Marco Ferdico e Antonio Bellocco. Se Ferdico e Beretta, per quanto due criminali nascono come ultras, Bellocco è invece un “’ndranghetista vero”, di sangue, fa parte di una famiglia di ‘Ndrangheta, e questo non è un dettaglio. 

C’è ancora l’aria dell’estate in giro quando Beretta arriva ad uccidere Bellocco in una smart per evitare, probabilmente, di venire ammazzato prima lui. Un sistema di potere, alleanze e minacce che certifica lo stretto rapporto tra la curva dell’Inter e l’Ndrangheta

Giuzzi: “A un certo punto nella curva dell’Inter è emersa la figura di Antonio Bellocco. Antonio Bellocco è un giovare rampolo di una famiglia molto importante della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, che si trasferisce al nord e ha un’ascesa molto rapida all’interno della curva, arriva ad essere uno dei capi del direttivo dell’inter, che poi diventerà un triunvirato tra Beretta, Bellocco e Ferdico, prima che poi Bellocco prevalga e si arrivi a questa estate in cui gli animi all’interno della Curva si sono talmente infiammati che c’è lo scontro tra Beretta e Bellocco che si conclude con l’omicidio di quest’ultimo per mano di Beretta. Le indagini qui evidenziano in modo molto netto le dinamiche con cui la criminalità è solita insinuarsi al nord. Come lo fa nelle aziende lo ha fatto anche con la Curva; entrando prima in maniera docile per poi prendersi sostanzialmente tutto. La cosa che fa specie è che Bellocco tutto questo percorso lo realizza nel volgere di poco tempo: per prima cosa estromette gli interessi di altri clan malavitosi e poi prende gradualmente in pochi mesi tutta la curva”. 

Le differenza tra Curva Nord e Curva Sud

L’omicidio, i soggetti coinvolti e una logica dinamica mediatica ha portato i giornali a sottolineare soprattutto le vicende interne all’Inter, ma nel Milan le dinamiche erano esattamente le stesse, con la differenza che lì non c’era nessuna guerra di potere perché il potere è da anni nelle saldissime e pesantissime mani di Luca Lucci, capo della Curva Sud del Milan, pregiudicato più volte condannato, e figura molto nota negli ambienti criminali milanesi, così potente da accogliere e farsi fotografare addirittura con l’allora Ministro dell’Interno e Vice Premier Matteo Salvini durante una festa degli ultras milanisti. 

Alle situazioni di Inter e Milan infatti dobbiamo guardare in questa chiave: da una parte c’è il Milan, dove il potere è saldo e le dinamiche criminali procedono quindi spedite e serene, senza clamori, e sappiamo bene che quando la Mafia opera come le pare sembra in realtà non succedere mai niente; dall’altra invece c’è l’Inter, dove, dall’omicidio del suo ex capo, tale Vittorio Bioicchi, ammazzato nel 2022, si apre un vuoto di potere che porta prima all’ascesa di Bellocco e poi al suo omicidio. Ma le caratteristiche criminali delle due curve sono esattamente le stesse. 

La differenza principale è questa quindi: Lucci e quindi la Curva Sud collabora con l’Ndrangheta, nella Curva Nord dell’inter c’è proprio l’Ndrangehta, rappresentata dalla persona di Bellocco.

Giuzzi: “Allora, difficile utilizzare il termine di collaborazione quando si ha a che fare con l’Ndrangheta, però il concetto può essere visto correttamente, nel senso che le indagini fotografano l’arrivo di Bellocco in curva come un arrivo prorompente che sposta veramente gli equilibri da quell’alto e lo fa in maniera abbastanza visibile. Dall’altro lato noi abbiamo Luca Lucci e altri personaggi che godono sicuramente di amicizie e di coperture con altri clan dell’Ndrangheta e sono probabilmente coperture più durature che hanno trovato una loro stabilità nel tempo. 

La cosa importante da capire questa non è stata l’Ndrangheta a portare la curva sul lato degli affari criminali; l’Ndrangheta è entrata per prendere una fette e fare da booster a questo tipo di affari. Nel Milan le vicende degli ultimi anni hanno dato maggiore stabilità alla figura di Luci, che l’hanno arricchita dal punto di vista criminale. Nella malavita c’è questo concetto per cui ogni affare deve avere dentro un personaggio della malavita che ci guadagni qualcosa, dove mangia uno non mangia l’altro, a meno che l’altro non sia più grosso. La logica del mare è quella che rende meglio. Evidentemente l’Inter adesso aveva un pezzo grosso, che era la famiglia Bellocco, molto importante, mentre nel Milan c’erano già dei pesci grossi che operavano. Noi vediamo questi due momenti un po’ sfalsati, ma sono l’evoluzione dello stesso fenomeno.

Stesso fenomeno anche se per ora alla curva sud non viene contestata l’agevolazione mafiosa. 

Lo scenario quindi è questo: gli ultras, da decenni, iniziano a creare le proprie strutture per controllare tutto ciò che ruota attorno allo stadio e da esso arricchirsi. L’Ndrangheta in tempi più o meno recenti decide di voler entrare in questo business, e inizia a trovare il modo di farlo, a volte creando alleanze, come con Lucci, a volte mettendo un suo uomo, come Bellocco nella Nord.  Quindi deve essere chiara una cosa: è vero che parliamo di tifosi, di ultras, ma non facciamo l’errore di ritenere che queste dinamiche criminali e queste attività economiche fossero un dettaglio, un di più, un extra rispetto al tifo; no, anzi, è l’esatto contrario. Le partite diventano soltanto un pretesto, una copertura, per poter perpetuare questo sistema. Assistiamo quindi a criminali che sono vestiti da ultras e che portano addosso tatuaggi che invece di ritratte madonne e santi vari hanno i loghi della Curva Nord o Sud, del Milan o dell’Inter. 

Una serie di vicende che partono dalle curve per allargarsi di molto. 

Giuzzi: “L’accordo sulla spartizione dei biglietti per la finale di Champions League del 2023, fatto prima della semifinale Inter-Milan, ci fa capire come la componente sportiva non contasse nulla. E questo è un aspetto.  Dall’altro lato abbiamo anche delle dinamiche che non hanno niente che fare con lo stadio, ma che sostanzialmente vivono nel territorio stadio, che è qualcosa di più ampio e che ha che fare anche con i parcheggi, con la gestione dei bar interni e la diffusione della paura in città.

A Milano gli ultra sono quelli che picchiano, un po’ fanno i butta fuori, o altre attività per mettere paura, tipo il recupero crediti In una città dove la criminalità organizzata spara sempre meno, cerca sempre di mimetizzarsi, cerca di non fare rumore, gli ultras con i loro muscoli esposti, con i loro toni cattivi, con le loro prepotenze, con la loro aggressività incredibile, sono riusciti ad ad emergere e a crearsi una certa nomea criminale. 

E questo è un aspetto importante perché fa capire quanto ci sia stata un’evoluzione fuori dallo stadio. Noi siamo obituati a ragionare sul movimento ultras come quello che fa incidenti allo stadio, fuori allo stadio, andando allo stadio, ma comunque sempre in un contesto “sportivo”, ma qui assistiamo ad altro, come le birre, i biglietti o i parcheggi. Nel caso del Milan vediamo anche un punto evolutivo, uno stadio avanzato: gli affari di Lucci e i suoi arrivavano a pestaggi, anche per conto di rapper e trapper, affari come sicurezza nei locali e nel mondo dello spettacolo, sicurezza privata e infatti sono accusati di pestaggi vari in una situazione in cui l’essere tifoso di Inter o di Milan non conta niente. 

La mentalità criminale degli Ultras

L’omicidio da parte di Andrea Beretta ai danni di Antonio Bellocco non è stata soltanto l’occasione per avanzare in maniera decisiva con le indagini, ma ha permesso di evidenziare anche una sorta di differenza quasi genetica tra i criminali ultras e l’Ndrangheta. La principale caratteristica degli ultras è la loro violenza: gli ultras sono quelli che vanno in giro con le teste rasate e vestiti di nero, che solo a guardarli incutono timore, che hanno gli schiaffi e le botte come principale arma dialettica. Ben diversa invece l’Ndrangheta, che ormai da decenni si veste in giacca e cravatta per potersi insinuare nelle più alte sfere del potere. 

Non dimentichiamo infatti che per l’Ndrangheta lo stadio e il suo business sono solo una piccola goccia nel gigantesco oceano dei suoi interessi criminali, mentre, per gli ultras, come amano cantare, “quella è tutta la loro vita”

Beretta quindi arriva ad ammazzare a sangue freddo un Ndranghetista, facendo un gesto che, negli ambienti criminali, ha pesanti conseguenze e che avrebbe richiesto le “autorizzazioni”, diciamo così, di chi comanda. 

Giuzzi: La criminalità Ultra ha una caratteristica specifica, che è il ragionare da ultra. Lo vicino di Bellocco viene preparato da un ultra che ha una mentalità ultra, ragiona da ultra, è una persona aggressiva: quindi dove c’è un problema pensa: “arrivo io, lo risolvo a botte o picchiando le persone”, che è una mentalità diversa da quella della criminalità di oggi, che cerca di far la minaccia, ma cerco di non far vedere i muscoli e mai e poi mai mi si metterebbe a fare un’azione del genere. Oltre tutto la criminalità che siamo abituati a conoscere, mai e poi mai si metterà a uccidere un Bellocco a Milano senza avere delle coperture di famiglie mafiose. C’è anche una sorta di ingenuità del superuomo che colpisce queste persone. Quindi ne abbiamo una parte della criminalità mafiosa, che è una criminalità economica ma anche violenta, dall’altra parte il mondo ultra, un mondo violento che prova di ventare anche criminalità economica, in un rapporto di equilibri molto sottili che poi esplode. 

La posizione delle Società di Inter e Milan

I terzo vertice del triangolo, insieme a ultras e mafiosi, sono le società di inter e Milan, che, come emerso dalle indagini soprattutto per l’inter, erano solite avere un dialogo con questi criminali. 

Qua entriamo veramente in un mondo fatto di sfumature degne di Monet, perché è molto difficile comprendere cosa possa accadere nella mente di giocatori, dirigenti o allenatori quando entrano in contatto con persone che si sa essere dei criminali, che conosco bene dove abiti o che scuola frequentano i tuoi figli. 

Soprattutto nel caso dell’inter, sono emerse delle intercettazioni in cui si sente Ferdico, uno dei capi ultras, parlare con Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, e chiedergli di fare in modo che lui e la Curva ottenessero più biglietti in occasione della finale di Champions League del 2023. Non si sa ancora cosa abbia risposto Inzaghi, se si sia speso per lui o se abbia fatto buon viso a cattivo gioco senza però agire concretamente; quel che è certo è che non ha denunciato una conversazione che, in termini di legge, non dovrebbe esserci, dato che la legge vieta per un tesserato di un club di avere rapporto con chi fa parte del mondo ultras. Ma è solo una legge, non ha alcuna applicazione nei fatti e i rapporti squadre-ultras sono alla norma del giorno. Si può quindi credere alla buona fede, al fatto che sia realmente difficile gestire le pressioni che calciatori e allenatori subiscono da uomini violenti. Tuttavia, diventa facile passare da vittime a complici silenti 

Giuzzi: “In questo caso è stata fatta una attenta valutazione e la procura ha valutato che l’inter, soprattutto l’inter, perché poi il caso è merso molto di più all’inter che al Milan, dove c’era meno una situazione di contrasto, che comunque le due società siano in una situazione doppia. Da un lato, siano vittime di qualcosa, comunque di pressioni e di pressioni credibili perché questi personaggi pericolosi, che incutono timore; dall’altro che ci siano delle situazioni che potevano generare delle complicità indirette, e a un comissariameneto light per capire cosa non ha funzionato e come sistemarlo in futuro. È un cartellino giallo tendente all’arancione. Le Società non si possono definire vittime ma parte lesa: una parte lesa insomma che in alcuni momenti lascia aperti veramente dei scenari pesanti di complicità, perché se per anni ha avuto un’interazione con questi personaggi bisognava aspettarsi maggiore prudenza nel denunciare la cosa o comunque evidenziare certe situazioni. Le possibili accuse sono quindi molto pesanti. 

Quindi, ora cosa succede? Dobbiamo valutare il tutto su due aspetti. Il primo riguarda le curve, dove con ogni probabilità saliranno al potere quei gruppi che fino ad adesso erano in secondo piano. C’è chi sostiene che questo momentaneo vuoto di potere potrebbe permettere alla Ndrangheta e alle mafie di insinuarsi con ancora maggiore efficacia, liberandosi della rumorosa collaborazione forzata con gli ultras. Una sorta di fase di stagnazione in attesa che qualcosa di nuovo accada. 

Poi però c’è l’aspetto che riguarda la giustizia e le attività per provare a contrastare realmente questo sistema: per farlo non servono slogan o retoriche varie, ma neanche delle leggi che poi non potrebbero avere alcuna applicazione nella realtà, come quelle attuali, che in teoria vietano ogni rapporto. Bisogna affrontare il problema da un altro punto di vista, tenendo sempre presente un aspetto, che sta alla base della democrazia anche se, in questo caso,  va a gioco dei criminali: ogni reato va dimostrato, serve una certificazione giudiziaria, non si possono creare processi basandosi sul “tanto lo sanno tutti”. 

Giuzzi: “Io mi auguro che sia l’occasione per riuscire ad aprire un po’ gli occhi su questo sistema, che non è solo aprire gli occhi sul mondo ultra, perché aprire gli occhi sul mondo ultra è ridicolo, perché sono almeno 40/50 anni che parliamo del problema di ultra. Da questo punto di vista non basta una legge che vieti alle parti di parlarsi, perché poi avviene lo stesso. Non è facile resistere a degli ultra che ti vengono a cercare se vivi nella stessa città. Non basta una legge a dire noi non ci possiamo parlare. Questo credo che sia il problema. Forse va affrontato a 360° sto problema, con delle norme che magari dicano che l’unico modo per interloquire con la società è attraverso delle persone che diano determinate garanzie di essere incensurate , che non abbiano dei daspo ad esempio, e che questi colloqui con le società avvengano solo in determinate modalità che siano normate e che siano sorvegliate dalle istituzioni. Quindi io mi auguro che sia l’occasione per fare veramente un certo tipo di lavoro che deve essere anche un lavoro culturale, ma ogni volte che c’è stata un’interruzione di un fenomeno criminale ho visto sempre un’evoluzione del fenomeno criminale. Il rischio sarà quello di un abbassamento della soglia. 

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