Intervista al Presidente della Fispes Sandrino Porru
Il motto della Paralimpiadi è “Spirit in Motion”, spirito in movimento
Una figura retorica con la quale si vuole sottolineare la forza dello sport e la sua capacità di adeguarsi, modificarsi, muoversi per l’appunto, a seconda dei diversi contessi, siano essi sociali, culturali, psicofisici.
La città di Parigi lo sappiamo è stata il centro dello sport mondiale, prima con le Olimpiadi e poi con le Paralimpiadi. Un evento questo con oltre 4.000 atleti da 128 paesi diversi, arrivati nella capitale francese per sfidarsi nel 28 di discipline.
Il realtà poi ogni disciplina ha al suo interno molte più gare perché a differenza delle Olimpiadi, nelle Paralimpiadi ogni specialità viene suddivisa a seconda delle varie disabilità, siano esse fisiche o relazionali, delle atleti e degli atleti che competono.
Parlare delle Paralimpiadi per una persona non disabile, lo confesso, non è semplice.
Quando osserviamo competere donne uomini che hanno perso una gamba o che non hanno mai potuto correre né camminare in autonomia o che hanno perso la vista oppure che sono nati senza udito, beh, è negabile che qualcosa scatti nella nostra mente.
Un po’ meschina mente ci sia augura di non dover mai trovarsi in una situazione del genere.
Un po’ vigliaccamente si può riguardare con superficialità alle loro gesta.
Un po’ ipocritamente invece si può procedere al processo opposto, esaltando questi atleti come grandi esseri umani senza però voler realmente comprendere cosa ci insegni il loro modo di vivere lo sport.
La realtà è che ogni visione che non sia legata alla concreta constatazione della situazione e alla sua accettazione è sinonimo del fatto che viviamo in una società con ancora tanta strada da fare nel proprio rapporto, sui più livelli, con la disabilità e lo sport.
Spesso parliamo di come la cultura, il modo di vivere delle persone, la società esterna, influenzino lo sport e ne determino dinamiche e atteggiamenti. E come invece alle volte poi succede anche l’esatto contrario.
Lo sport paralimpico, da questo punto di vista, ci offre uno spunto unico perché lo sport per chi è colpito da una qualche disabilità ci obbliga confrontarci con noi stessi e con gli altri, e dal confronto nasce il miglioramento.
In questo articolo quindi proveremo a entrare nelle pieghe e nelle dinamiche dello sport paralimpico, scoprendo, ad esempio, come ci si avvicina a uno sport quando si ha una disabilità; che insegnamenti si possono apprendere e quali difficoltà invece si possono incontrare.
E lo faremo insieme a una delle principali personalità, dello sport paralimpico italiano, ovvero Sandrino Porru, ex atleta paralimpico e oggi Presidente della Fispes, la Federazione italiana Sport Paralimpici e sperimentali, che su delega del Comitato italiano Paralimpico (CIP) regola e gestisce tutta la attività sportiva di discipline come l’atletica leggera, il rugby e calcio per chi ha cerebrolesioni lievi e amputazioni.
La Federazione svolge un ruolo fondamentale avviamento e nello sviluppo di questi sport in Italia, facendo da incubatrice, da tramite tra i singoli sportivi e il comitatoparalimpico, permettendo così a tutti e tutti di accedere allo sport.
Una serie di azioni, il cui fine, ultimo e primario, è quello di abbattere barriere, costrutti sociali e fare quindi dello sport un unico grande mondo, in cui le differenze, che sono innegabili, siano però viste come un elemento di arricchimento e non il punto di partenza invece per dividere in categorie.
“L’obiettivo – spiega il Presidente Porru – è proprio quello di cercare di creare una casa comune dove il movimento olimpiaco e quello paralimpico convivano insieme”.
Un percorso che oggi per quanto ancora lungo e tortuoso permette comunque di intravedere una sorta di luce, una speranza di realizzazione di questo aspetto.
La nascita dello Sport Paralimpico
L’invenzione dello sport paralimpico risale al 1948, quando in concomitanza con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, un medico britannico, il dottor Ludwig Gutmann, organizzò un evento, dedicato a ex soldati feriti e costretti per questo a stare su una serie rotelle, in cui si sfidavano in una gara di tiro con l’arco.
Questi passarono la stare come Stoke Mandeville Games, dal nome della città inglese in cui si svolsero e questi sono riconosciuti come il primo evento di cui si abbia notizia che unisce disabilità e sport.
Gutmann infatti studiava da anni il possibile effetto positivo che poteva avere lo sport sulle persone con disabilità, concetti che fino a quel momento nessuna aveva mai pensato di mettere in correlazione; chi soffriva di una qualche disabilità veniva, semplicemente, emarginato dalla società.
Gutmann però non era il solo a fare questo genere di studi: in Italia c’era un altro grande pensatore della medicina sportiva, il professor Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici Villa Marina di Ostia. Lì, sul finire degli anni ’50, Maglio aveva iniziato a considerare l’idea di permettere agli ospiti del centro di praticare sport. Nel 1950 era uscito anche a portare alcuni atleti a una delle varie edizioni degli Stoke Mandeville Games, e lì aveva convinto Gutmann a portare quell’evento a Roma.
Il tutto accadeva nel 1960, un anno non banale perché era l’anno in cui a Roma erano già previste le Olimpiadi e quindi perché non colere l’occasione per provare a parlare con le persone giuste, attivare le corrette reti di contatti e fare degli Stoke Mandeville Games delle vere e proprie “Olimpiadi per disabili”?
Così, con Roma 1960 prende il via la storia delle Paralimpiadi, che da allora si sono svolte regolarmente ogni quattro anni. A Roma nel 1960 c’erano 400 atleti; a Parigi nel 2024 sono stati invece più di 4000.
Come funziona l’approccio allo sport?
“La prima azione da compiere – spiega il Presidente Porru in merito al processo che porta una persona con disabilità ad avvicinarsi a uno sport – non riguarda infatti tanto il disabile, quanto chi gli sta attorno. Bisogna affrontare il contesto culturale nella quale poi ci troviamo, perché lo scoglio più difficoltoso da superare è concetto dell’assistenzialismo, che invece di spingere verso una ricerca dell’autonomia va verso la direzione opposta, e questo non permette alle persone di avere un elevato grado di auto-stima così da mettersi in gioco”.
“Non viviamo – continua Porru – in una società capace di poter lavorare sull’individualità e soprattutto sull’unicità della persona, ma si cerca di standardizzare le cose, e per questo noi sotto questo aspetto andiamo sempre molto controcorrente, proprio per cercare di creare una cultura della diversità, una cultura della valorizzazione della diversità e dell’unicità della persona”.
Un cambio di approccio che può sembra retorico ma che è fondamentale, perché chi siamo e come lo siamo diventati, unito a ciò che c’è successo, è proprio ciò che ci rende unici.
Ma una volta che è stata superata la prima fase, e si sono creati le condizioni socio-culturali perché una persona con disabilità decida di avviarsi alla pratica sportiva, come si fa a scegliere quale sia lo sport giusto? Bisogna tenere conto, infatti, non soltanto di una logica somma tra talento e volontà, ma anche della condizione in cui si trova l’atleta, oltre a delle inevitabili analisi sulle strutture e le modalità che potrebbero rendere quello sport a tutti gli effetti fattibile”.
“Noi come Federazione – spiega il Presidente Porru, cerchiamo dove è possibile di poter rispondere alla passione di ognuno quando si tratta di scegliere lo sport da praticare, ma contemporaneamente anche di creare una consapevolezza di quella che è la condizione del soggetto così da indirizzare le abilità e lavorare sul percorso che quelle abilità possono garantire. Il grande merito del movimento paralimpica è quello di parlare proprio di abilità della persona, così da rendere l’imperfezione del corpo un gesto armonico e poi sportivo”.
Un discorso che cambia quando ci si trova davanti a situazioni in cui la disabilità è dovuta a un incidente o una malattia. Contesti in cui la disabilità non è la condizione originaria, ma è il frutto di ciò che è successo all’interno della propria vita.
“Se si nasce con una disabilità questo facilita quel processo di costruzione di un equilibrio sulla propria condizione; è chiaro invece che nel momento in cui si hanno tutte le facoltà di mobilità fisica e sensoriale, e poi queste vengono perse, tutto diventa più complesso. In questi casi si tratta di intervenire soprattutto su quelli che sono i tabù esterni, perché ci si sente incapace di affrontare la nuova situazione e si continua a rapportarsi su ciò che si era prima. E qui diventa fondamentalmente l’avvicinarsi a una pratica sportiva, perché questo porta a una più profonda conoscenza di sé, ad prezzare meglio ciò che si ha e come si è, generando una qualità di vita nettamente superiore; ognuno può trovare la propria unicità, perché salta nel suo modo, corre nel suo modo, si scopre, quindi, unico”.
Il grande successo delle Paralimpiadi di Parigi 2024 e il nuovo modo di raccontare lo sport paralimpico
In passato, per esempio alle Paralimpiadi di Londra 2012, queste erano state presentate come l’evento dei superuomini e delle super donne, grandissimi atleti e atleti che nonostante la propria condizione riuscivano a ottenere grandi risultati sportivi.
“Meet the Super Human” (incontra i super esseri umani), era lo slogan di quell’edizione
A Parigi invece, fin dai primi giorni di gare, i canali ufficiali delle Paralimpiadi hanno condiviso video buffi e ironici in cui gli atleti e le atleti si mostravano un po’ goffi, proprio come succede nella vita di tutti i giorni. E quindi ad esempio il nuotatore non vedente che va sbattere sul bordo della piscina, o chi non riesce a trovare la propria bici perché non vede o chi cade dalla carrozzina.
Un aspetto forse secondario, ma ugualmente decisivo nel cambiare l’approccio nei confronti della disabilità, come spiega anche il Presidente Porru.
“Nel momento in cui si riesce a cadere nell’ironia vuol dire che tutto ciò che si fa diventa una normalità di vita. Questo è stato molto bello a Parigi ed esalta ancora una volta il potere delle Paralimpiadi, dove si vive un contesto dello sport legato al sapersi confrontare con gli altri, ad avere consapevolezza di sé ma soprattutto al vivere la competizione come un’opportunità di crescita di sé. Uno degli obiettivi che anche il paralimpismo si pone è quello di rendere davvero tutto sempre più normale, non ci sono atleti speciali o atleti superuomini o chi sa che, qui ci sono uomini e donne”.
Inoltre, queste Paralimpiadi di Parigi sono state, medaglie alla mano, le migliori di sempre per l’Italia. Al termine dei giochi le medaglie sono state 71 in totale con bene 24 ori, da sommare ai 15 argenti e ai 32 bronzi, che hanno portato l’Italia al 6° posto nel medagliere.
Il nuoto è la disciplina dalla quale sono arrivati i migliori risultati, con 37 delle 71 medaglie totali; meglio di noi in questo hanno fatto soltanto la Cina e la Gran Bretagna.
Un’edizione di giochi che conferma la paradossale situazione italiana, dove, senza investimenti, senza fondi, con poche e spesso malmesse strutture, si ottengono comunque risultati unici.
Soddisfazione che emerge anche dalle parole del Presidente federale, che sottolinea come “gli atleti italiani hanno partecipato a 22 discipline su 28 discipline e con il più alto numero di atleti di sempre – 141 – divisi equamente in 71 uomini e 70 donne”.
Lo sguardo verso il futuro
“Attualmente lavoriamo prevalentemente con persone già adulte, che quindi in qualche modo si avvicinano al paralimpismo in un ambito di situazione post traumatica, quindi parlo di incidenti sul lavoro o stradali, mentre ora abbiamo iniziato dei progetti con le scuole per avvicinare allo sport anche chi soffre di disabilità ed è ancora giovane, avviandole a progetti di attività motoria e di educazione sportiva. Un aspetto molto importante se si tiene conto anche ancora oggi in molte scuole chi ha disabilità viene totalmente escluso dalle ore di educazione fisica”.
Le difficoltà quindi sono sempre tante, ma non esiste nessun miglioramento culturale fino a quando lo sport non verrà ritenuto a ogni livello un elemento fondamentale per la costruzione della propria personalità e delle relazioni, siano con se stessi e con gli altri.
Il valore sociale dello sport non può più essere considerato a materia di serie B; le Paralimpiadi sembrano un’essere lì per ricordarcelo.
Lo sport può cambiare la vita e renderla, banalmente, migliore.


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